lunedì 2 febbraio 2009

La cultura della violenza

Nel liceo della poco ridente città portuale in cui - circa trent'anni addietro - ho insegnato per alcuni anni, mi capitavano sovente ragazzi "fatti come funi" - iride dilatata, lingua impastata, andatura lenta ed ondeggiante - fatti di roba pesa, complice il vicino porto container dove - a detta degli esperti, e non avevo difficoltà a crederlo - si poteva trovare di tutto. Erano piccoli tossici di quindici-dicassette anni, che palesemente si peravano tutto quello che poteva essere perabile e negli inframezzi rollavano delle canne mostruose.
Va bene; quando - con lunghe perifrasi, prendendo il discorso alla lontanissima, in mezzo ai tremori della preside (inneffabile, tonda, burrosa, l'occhio fuggente, dall'eloquio doroteo...) affrontavo il discorso con i genitori, chiedendo loro se, insomma, si fossero accorti di un eventuale comportamento, non strano..noo, diverso? sì, diverso del pargolo (o della pargola), immancabilmente, cuore di mamma (e di babbo) cascava dalle nuvole: "niente, assolutamente niente - insomma un po' di svogliatezza, ma a quell'età è comprensibile.."
In questi colloqui frustranti non sono mai - lo confesso - arrivato abbastanza vicino al trattare la questione capitale del dove, e come, i pargoli - non abbienti - si procurassero la pilla necessaria all'acquisto delle dosi, e gli scenari che mi facevo (anche trent'anni fa, non ero di primo pelo, ed appartengo ad una generazione che ha lasciato vari morti sul terreno) sono sempre rimasti appannaggio del mio foro interiore o, al massimo, condivisi con qualche collega cinico e beffardo par mio.
Tornando all'oggi, non dubito: i genitori dei tre che "hanno acceso il barbone" saranno cascati - e, mentre scrivo, staranno ancora cascando - dalle nuvole alla scoperta che i proprii virgulti, fatti di varie sostanze psicotrope (una birretta, cosa volete che sia...), abbiano deciso di concedersi un'emozione forte in chiusa di serata, nella poco ridente cittadina di Nettuno. 
(Estraggo dal corpo dell'articolo. Grassetto mio):


"[....]Ieri notte un immigrato indiano, mentre dormiva nell'atrio della stazione ferroviaria di Nettuno, è stato cosparso di benzina e bruciato da un gruppo di ragazzi italiani tra cui un minorenne. Un episodio di razzismo? Pare proprio di no. I tre ragazzi, tutti incensurati, tra cui un minorenne, hanno confessato. Avevano bevuto, forse avevano fatto uso di qualche droga e, alla fine della nottata, volevano "fare un gesto eclatante, provare una forte emozione". E così, tanto per divertirsi, hanno dato fuoco al barbone.

È un divertimento dunque stuprare una ragazza appena conosciuta ad una festa, è un divertimento aggredire una coppia, chiudere nel bagagliaio l'uomo e violentare la giovane, è per provare una emozione che si può dare fuoco a un poveretto che, quale che sia il colore della sua pelle, dorme nell'atrio di una stazione [....]"
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3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ora, io davvero non capisco se di questa cultura A Clockwork Orange sia stata la profezia o il modello.

squiliber ha detto...

Potentissimo, il libro - più ancora del film, che ha in parte piegato la maggior amarezza di quello, a servizio della recitazione e del magistrale universo iconico che ci ha presentato. attingendo però, nota bene, a materiali già presenti, già tutti esistenti, ma in forma sparsa. Negli stessi anni, un John Brunner (che ti consiglio caldamente) ci ha dato, ad es. con "Tutti a Zanzibar" o con "L'orbita spezzata" un'altra profetica ed affascinante lettura di quello che siamo - adesso. Qualificare però questi autori come creatori di "modelli" mi sembra francamente eccessivo. Mi domanderei piuttosto: qual'era l'alchimia che consentiva - in quegli anni, ad alcuni grandi - di gettare un occhio così acuto nel futuro? (ti anticipo: la risposta che mi dò attiene al politico)

Anonimo ha detto...

Uhm, a proposito di alchimie, ora mi sovviene socialismo o barbarie.

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