Alberto Savinio (che considero mio maestro di pensiero - e dubito che ne sia felice, nell'anarchico paradiso ove si trova) raccolse nel 1945 in volume gli scritti politici, lucidissimi ed anticipatori, che era andato scrivendo tra il luglio del 1943 ed il 1944. Nel 1977 Adelphi ha riedito questi scritti, sui quali periodicamente ritorno, assaporandone l'intatta freschezza ed anzi, direi, la stringente necessità. Necessità tanto maggiore - per noi cittadini d'Europa - in tempi di trionfante pensiero valligiano, in tempi in cui si riaffacciano, minacciosi, gl'incubi da cui si era appena - e dolorosamente, e non tutta - risvegliata l'Italia in cui Savinio scriveva. Così, desidero offrirvi un estratto dal primo di questi articoli, che ci propone un compito - ve ne potete ben rendere conto - ancora tutto da assolvere, a quasi settant'anni dalla sua stesura. (grassetto mio)_____________________________________________________________________
Dare agli italiani pensiero e giudizio
31 luglio 1943
Ho un portiere. Il mio portiere è mite, è servizievole, è marito fedele e padre affettuoso ed è considerato da tutti gli inquilini del caseggiato come la perla dei portieri. Il mio portiere ha anche delle opinioni politiche, per meglio dire aveva le opinioni politiche che fino al 25 luglio 1943 avevano tutti, e per dire anche meglio, mostrava di avere le opinioni politiche che tutti in quel tempo mostravano di avere. I rapporti tra me e il mio portiere sono affabili ma non improntati ad una profonda confidenza, onde io molto stupii la mattina del 18 settembre 1939 che il mio portiere, mentre io scendevo l'ultimo ramo di scale, mi mosse incontro con inconsueta sollecitudine e atteggiando le mani a una ideale operazione di compressione, gli occhi sfavillanti di gioia, mi disse: "Ha sentito?... Li stanno schiacciando da tutt'e due le parti". A tutta prima io non capii quali potessero essere le vittime di quello schiacciamento, e solo più tardi lo seppi quando anch'io ebbi letto i giornali che il mio portiere legge prima di me, e vidi annunciato che i russi avevano cominciato ad invadere da levante quella sventurata Polonia, che i tedeschi da diciotto giorni attaccavano da ponente. Preerchè tanto odio nel mite cuore del mio portiere, per un popolo di cui fino al giorno avanti egli ignorava fino l'esistenza (le cognizioni geografiche del mio portiere sono del tutto originali, e fra l'altro egli crede che la Grecia confini con l'Inghilterra) o ha di esso una conoscenza del tutto fantasiosa? [1]
Altro esempio. Un professionista stimato dai suoi colleghi e considerato anche da coloro che non sono tali uomo intelligente, mi spiegava molto seriamente un paio di settimane sono che lo sbarco degli inglesi e degli americani in Sicilia era avvenuto in conseguenza di un piano abilissimo del nostro ststo maggiore, consistente in attirare l'avversario dentro una specie di trappola colossale, e maciullarlo poi fino all'ultimo uomo. Altro esempio ancora. [....]
Tre esempi. Tre esempi presi tutti e tre fuori, e molto lontano dalla riconosciuta categoria degli uomini ignoranti e degli uomini stupidi. Tre testimonianze della favolosa ignoranza che come negra nube avvolge la testa degli uomini; tre dimostrazioni perentorie della totale mancanza di pensiero e di giudizio.
L'ignoranza come "cosa in sé" non mi fa paura, né sono alieno dall'accettare l'opinione di Sofocle il quale diceva che "nell'ignorare la vita è dolcissima". L'ignoranza non mi dispiace. L'ignoranza è utile, è compagna, è amica; è amica della stessa intelligenza (pensiero da sviluppare) ed è per un pudore falso, per un orgoglio sbagliato che l'uomo ha vergogna della propria ignoranza - allo stesso modo che ha vergogna della propria povertà, delle proprie malattie, e talvolta del proprio paese e della propria razza, e qualche volta dei propri genitori.
L'ignoranza, del resto che è? Per meglio dire, dove finisce la conoscenza e comincia l'ignoranza, e chi può, chi ha diritto di tracciare questa frontiera? Il numero delle cognizioni essendo illimitato, anche l'uomo più inzeppato di cognizioni non perde il diritto al titolo di ignorante.
Mi fa paura invece la mancanza di pensiero e di giudizio. (Le cognizioni, in fondo, non valgono se non come "guide" del giudizio, e poichè il giudizio elimina le cognizioni che non gli servono, basta un numero limitato di cognizioni a fare colta una mente, illuminata, feconda.. Il problema dell'istruzione richiede una radicale revisione).
Mi fa paura l'inerzia dello strumento pensante e giudicante, e il numero spaventosamente grande degli uomini che non pensano né giudicano con la propria testa, ma per imposizione o per ispirazione, e sia pura per invito o per consiglio di un capo, di un superiore, di un sacerdote, di un mago. [....]
Prima cura di un regime autoritario è mantenere il pensiero ed il giudizio del popolo in istato di inerzia totale, ed è per questo che nella Francia di Napoleone III e nell'Italia di Benito Mussolini, invece di opere di pensiero e di critica fiorivano là le operette di Offenbach, qui i filmetti fredduristici e pargoleggiante tratti da commediole ungheresi o da vecchie pochades parigine.
Ad onor del vero però, l'inerzia del pensiero e del giudizio non è da imputare "interamente" ai vent'anni di regime autoritario che l'Italia ha conchiuso sei giorni sono, perchè il regime autoritario ha rafforzato l'inerzia del pensiero e del giudizio, l'ha sistematizzata, l'ha codificata, ma non l'ha generata: l'inerzia del pensiero e del giudizio, in parte preesisteva.
Il pensiero dommatico ed assiomatico ha grandiose tradizioni nel nostro Paese. Non altrettanto grandiose sono le tradizioni del pensiero libero, individuale, critico. [....]
Il credo unico, di qualunque specie sia, è stato in qualunque tempo ed in qualunque luogo la rovina e la vergogna dell'uomo singolo e dell'umana collettività. Tutto che di falso, di iniquo, di crudele è nel mondo, nasce dal credo unico. Fino a ieri non si poteva, ma ora si può, si cominci a educare gl’Italiani al pensiero e al giudizio: […] non si tratta di indicare agl’Italiani quello che è bene e quello che è male, come fa il dommatismo, quello che è lecito e quello che non è illecito, quello che è bello e quello che è brutto (anche le lettere, le arti, il pensiero vanno liberati dal dommatismo, ma di questo non è il caso di parlare qui): si tratta di rompere e la tradizione recente e quella più antica e dunque più tenace perché venerabile, e addestrare l’uomo a determinare da sé quello che è bene e quello che è male, quello che è lecito e quello che è illecito, quello che è bello e quello che è brutto.
Si tratta di dare agli italiani un peso specifico morale e mentale. Si tratta di fare degli italiani altrettanti uomini pensanti e giudicanti. Si tratta di comporre una Nazione nella quale ogni cittadino è in sé uno Stato. Altrimenti si parla delle masse di automi (io non parlo soltanto di automatismo meccanico: parlo soprattutto di automatismo mentale, di automatismo morale, di automatismo spirituale, e dire collettivamente e per ispirazione altrui che il tale è un sommo poeta, che il tale è un sommo scienziato, che la tale cosa è una cosa magnifica, che la tal cosa è un’indegnità, è altrettanto pernicioso quanto dire che “Mussolini ha sempre ragione”); […]
Perché soltanto uomini di pensiero e di giudizio (non dico “grandi uomini”, ma uomini soltanto che assieme con il meccanismo della respirazione, hanno anche quello del pensare e giudicare) soltanto uomini di pensiero e di giudizio avranno la possibilità e il diritto di fare l’Italia di domani – l’Europa di domani.
.[1] Sarebbe meno spietato verso i polacchi il mio così cattolico portiere, se sapesse che anche i polacchi sono cattolici? Ho valide ragioni per dubitarne. Fra i cattolici la solidarietà è un sentimento poco sviluppato. La mente cattolica, come tutto ciò che è conchiuso in sé - come tutto ciò che è "classico" - è splendidamente egoista
Alberto Savinio "Sorte dell’Europa" Adelphi, Milano 1977 pp. 13/19
2 commenti:
Ieri ho avuto una corrispondenza sul tema. Ne parlerò in un post, spero. Alla mia interlocutrice dicevo che avremmo bisogno di voci autorevoli di riferimento. Ecco, appunto.
Spero che, parlando di "voci autorevoli" tu intenda ben Savinio e non il sottoscritto! Rassicurami, ti prego, ché sarei troppo impari al compito.
Ti posso però dire che sento (capisco con amarezza di non riuscire a chiarirmi, nemmeno con me stesso) l'urgente necessità di "rendere - in qualche modo - testimonianza" come se questo, in questo momento, dovesse essere il mio "vero" unico, e degno impegno.
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