giovedì 21 maggio 2009

FFSS



Ti ricordi, amore mio,
le stazioni della nostra infanzia? Le carrozze nero-verdi, lucide, dai predellini di legno alte sulla banchina. Il tonfo perentorio degli sportelli che si chiudevano subito prima del doppio fischio a sancire il distacco definitivo, l'ingresso nella breve vita sospesa del viaggio? E le rare "littorine" scampate ai mitragliamenti? Antesignane dell'odierna "alta velocita" dal color sabbia, vanto del regime teso ad una modernità boccioniana, declassate poi al trasporto locale (troppo corte per le lunghe percorrenze) ma opulente ancora nei loro velluti (anche questi color sabbia) , nel lusso vertiginoso della disposizione a "pullman".
Qual'era, mia adorata, la "musica" delle stazioni? Non lo sbuffare delle sempre più rare locomotive di manovra dal candido getto di vapore che ti avvolgeva improvviso, ormai freddo ed innocuo e per questo carico di un innocente brivido. Non la voce che pioveva dagli altoparlanti (rigorosamente in italiano). No; era il tintinnio metallico e ripetuto del lungo martello con cui il verificatore controllava il corretto allentamento delle ganasce, ruota per ruota, un secco colpetto ad ogni ganascia, carrello per carrello, da cima a fondo sui due lati del treno.
A Giugno, da sinistra lontano all'orizzonte della linea tremolante nella calura, compariva la squadra rialzo: avvampata di sole, lucida di sudore, ritmata dal canto del caposquadra, giorno dopo giorno si avvicinava alla casa sovrastante il fascio di binari del deposito. I quattro palanchini penetravano all'unisuono sotto le verghe con un colpo secco, e: "rizza!!" sollevavano la traversina quel tanto sufficiente al rincalzo della massicciata. Altri quattro armati di forconi lucidi provvedevano veloci. Seguiva il carrello dello scartamento: due colpi di mazza per aggiustare la distanza tra le verghe e una enorme chiave a maschio per un rapido serraggio dei tirafondi. Traversina per traversina la squadra rialzo si spostava verso destra, scomparendo in alcuni giorni dietro la curva di S****.
Dopo molti anni, la squadra rialzo, ritmica e musicale, fu sostituita da un enorme macchinario. Un millepiedi diesel, giallo e fragoroso, irto di martinetti e forche idrauliche eseguiva automaticamente, con una precisione disumana e molto più velocemente il musicale lavoro della squadra rialzo, sotto l'l'inutile supervisione di un manovratore, frastornato dal rombo dei motori, espropriato di ogni abilità e palesemente consapevole del proprio essere superfluo. Anche il bruco meccanico scompariva - moderno e assai veloce - dietro la curva che nascondeva S****
Un giorno, dopo molti anni, la linea - le linee, ché quello era uno snodo importante del centro Italia, furono rifatte: ballast (termine molto più moderno dell'autarchico massicciata) via la traversine in legno impregante di bitume, su le traversine in cemento precompresso, molto più fitte delle precedenti (il modulo si accorciava per le esigenze del nuovo materiale rotabile, più pesante e veloce).
Il millepiedi, da allora, non è più comparso. Non che il ballast si comporti diversamente, rispetto alla vecchia massicciata. Viene espulso anche lui - pur avendo cambiato nome - da sotto le traversine cementizie, che affondano come un tempo impercettibilmente ad ogni fragoroso passaggio. No, non è neanche questione di soldi. Ce ne sono più di allora, specchio fedele della rapina logaritmica alle risorse del pianeta. Ce ne sono, e potrebbero essere spesi per la manutenzione, anche se preferirebbero tanto prendere altre strade. Il fatto si è che anche soltanto per immaginare la manutenzione di qualcosa occorre avere un senso della durata - propria e dell'intorno che, a chi si è consegnato al superfluo condannandosi a divenire - a propria volta - superfluo, sembra essere negato.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Guido, queste tue lettere, ne ricordo un'altra recente che non sono riuscito a rintracciare, dove parlavi di mare, alleggeriscono l'animo dal gravame dell'ormai quotidiano elogio della pazzia al quale ti sei costretto. Sarà che mi son rivisto, a Battipaglia, proveniente da Capaccio, in quello che fu forse l'ultimo dei miei viaggi infantili in terra cilentana? C'erano, per l'appunto, una littorina ed una vecchia locomotiva a vapore, e mio nonno era la mia guida.

squiliber ha detto...

Ti riferisci probabilmente ad Adrastea. E' sempre là, e la sua piccola fonte sgorga perenne perdendosi subito in mare. Nei giorni di bonaccia, sdraiati sotto la tamerice, lo sguardo perso al trascorrere delle nubi, ne percepiamo il lieve gorgogliare.
Hai ragione, comunque. Purtroppo sono sopraffatto dall'indignazione e questa non mi consente il necessario distacco dall'oggetto. Bisogna che mi dia una regolata e torni alle mie traduzioni. A proposito del tuo viaggio, potrebbe meritare un raccontino? Come è stato per Piero Chiara nel suo "Con la faccia per terra" che - se non lo conosci - ti potrei consigliare.

Anonimo ha detto...

No, era De reditu suo. Scusami, la rotta, il vascello, il mare... Ma era anch'essa rivolta ad una (alla) donna amata.

squiliber ha detto...

Già, Rutilio Namaziano. Interessante personaggio, affacciato sulla nuova era incipiente e così legato (pur essendo di famiglia gallo-romana) al passato. Commovente, direi nel suo amore per la Roma del V secolo. Riesci ad immaginare cosa doveva essere?
Ma non hai risposto alla mia innocente domanda sul potenziale raccontino! Quanto ti sciogli, e piacevolmente, nel verso, tanto ti sento reticente (ma sicuramente sbaglio)nella prosa, soprattutto se autobiografica. Insomma, sono qui con i miei desideri inappagati, gli assaggi ai quali non fa seguito la promessa imbandigione, ecc... (scherzo, ovviamente, ma se ti volessi concedere pubblicamente alla memoria ne sarei felice)

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